Una, santa, cattolica e apostolica. Card. Giacomo Biffi

Quattro caratteristiche essenziali
(Pentecoste, 3 giugno 1990, Omelia)

Quando nel Credo attribuiamo alla Chiesa – con le parole «una, santa, cattolica e apostolica» – quattro caratteristiche essenziali, implicitamente noi riconosciamo con quale azione multiforme lo Spirito di Dio riesce a far esistere e a far vivere nella storia la «nazione santa», il «popolo sacerdotale e regale», la «Sposa» bella e fedele di Cristo.

Prima di tutto lo Spirito unifica. Gli uomini sono una stirpe litigiosa, sempre tentati di fare delle loro immancabili diversità motivo di lotta e separazione. Ma noi, ci ha detto san Paolo, «siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1Cor 12,13); perciò, oltre tutte le differenze di razza, di cultura, di classe sociale, la Chiesa è l’umanità unificata e non si può ammettere che le varietà, che sono legittime, diventino in essa principio di disgregazione. Perfino i doni spirituali – che sono mol ti perché lo Spirito è pieno di fantasia – possono diventare nella Chiesa occasione di reciproca incomprensione e di contrasto. Ma, ci è stato insegnato, se «vi sono diversità di carismi», tuttavia uno solo è lo Spirito, che tutte le diverse grazie e le diverse sensibilità compone nell’armoniosa scioltezza dell’unico Corpo di Cristo.

Poi lo Spirito santifica. Gesù risorto sugli apostoli alita lo Spirito Santo in vista della remissione dei peccati, come abbiamo ascoltato nella lettura evangelica (cf. Gv20,22-23). Lo Spirito ci fa entrare vitalmente nella Chiesa a misura che riesce a vincere in noi l’egoismo e ad accendere in noi il fuoco della carità, oltre a imprimere nel nostro essere col segno sacramentale una indelebile conformità a Cristo. Perciò la Chiesa, nonostante le nostre prevaricazioni e le nostre imperfezioni, è sempre una realtà fondamentalmente santa, perché può essere detto davvero ecclesiale solo ciò che è toccato dall’azione purificatrice e santificatrice della Pentecoste eterna.
Terzo effetto: lo Spirito ci rende «cattolici». Ciò significa non solo che apre la Chiesa all’universalità delle genti, ma anche e prima ancora che apre le nostre menti e i nostri cuori all’integralità del giudizio e dell’impegno: «Quando verrà lo Spirito di verità – ci ha promesso Gesù – egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
Noi siamo sempre tentati di essere parziali, e le parzialità sono tante, ciascuna con i suoi fautori consapevoli o inconsapevoli. C’è chi è colpito dal fatto che il cristianesimo deve essere una presenza attiva nel mondo, e perciò si preoccupa solo delle opere sociali. C’è chi riduce tutto alla liturgia e alla spiritualità. C’è chi ritiene che la vita cristiana si esaurisca nella conoscenza della Sacra Scrittura. E c’è chi ritiene che compito esclusivo dei cristiani nel mondo sia quello di dedicarsi all’assistenza dei più poveri e dei più sfortunati.
Sono tutte attenzioni necessarie e preziose, ma nessuna può monopolizzare la vita della Chiesa. La Chiesa vive, pensa, agisce «secondo il tutto», con una essenziale tensione alla totalità.
Infine lo Spirito rende la Chiesa «apostolica», cioè ne garantisce l’autenticità connettendo la comunità attuale con la missione dei Dodici attraverso la successione dei vescovi, e le comunica la stessa volontà e lo stesso slancio degli apostoli di portare il Vangelo e la grazia della salvezza a «ogni nazione che è sotto il cielo» e a ogni uomo che respira, soffre e spera sulla terra.