La fede è un affidarsi a Dio, alla sua parola, alla sua guida sulle strade oscure e impervie dell’esistenza.
La fede è apprendere ed essere certi che il Figlio di Dio è venuto a farsi uno di noi, perché in lui noi potessimo avere una vita più alta e splendente di quella delle creature terrestri che non hanno né consapevolezza né speranza. Credere quindi significa vedere le cose con gli occhi di Cristo, giudicare le idee e gli accadimenti alla luce del suo magistero, diventare capaci di un nuovo modo d’amare gli altri, che è lo steso modo limpido e disinteressato con cui lui li ama.
La fede è rendersi conto che lo Spirito Santo, mandatoci dal Signore risorto, agisce nei nostri cuori, ci aiuta a distinguere il bene dal male, ci sprona a camminare sulla strada diritta, ci induce a comportarci - in un mondo litigioso e duro - da uomini di misericordia e di pace.
La fede è la persuasione che c’è davanti a noi una “vita eterna” nella quale tutte le angosce, le incongruenze, le perplessità saranno dissolte e tutti i conti saranno pareggiati; è la persuasione che c’è una via sicura per arrivarvi attraverso la legge regale della carità e mediante tutti gli atti che ci santificano nei vari momenti del nostro pellegrinaggio terreno; è la persuasione che ci è data la gioia di appartenere alla Chiesa, Sposa e Corpo di Cristo, famiglia dei figli di Dio e luogo certo dell’incontro anticipato col Padre.
Come si vede, non c’è nulla - a saperla cogliere nella sua bellezza e nella sua verità - di più decisivo per l’uomo, di più gratificante e di più ragionevole della virtù soprannaturale della fede. E non c’è nulla di più prezioso da fare oggetto della nostra preghiera.
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Ma Gesù ci ha insegnato un’altra cosa che non dobbiamo dimenticare, ed è la grande energia che è contenuta nell’atto del credere: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato in mare, ed esso vi ascolterebbe” (Lc 17,6). Nel testo di Marco e di Matteo si dice addirittura che un granello di senape rende capaci di trasportare persino le montagne (cfr. Mc 11,23; Mt 17,20).
Sono senza dubbio frasi paradossali e non vanno prese alla lettera. Ma esprimono una grande verità: non c’è al mondo una forza paragonabile alla fede.
Ce lo conferma anche la vicenda mutevole degli avvenimenti umani. Tutte le grandi potenze e le grandi prepotenze, che trionfano e sembrano eterne, o presto o tardi traballano e vanno in rovina, mentre il popolo dei credenti (sempre fragile, sempre contestato, sempre provvisoriamente sconfitto) non viene mai meno: è la sola aggregazione che è sempre presente a ogni epoca storica, sempre intenta a cantare le lodi del suo Signore e a mantenersi nell’attesa fiduciosa del Regno di Dio.
Vladimir Solovev, commemorando il suo amico Dostoevskij, ha pronunciato a questo proposito delle parole incisive che meritano da parte nostra un po’ di seria considerazione: “Non lasciarsi sedurre dalla visibile signorìa del male - egli ha detto - e non rinnegare per la sua attrattiva il bene invisibile: questo è l’atto eroico della fede. In esso sta tutta la forza dell’uomo. Chi non è capace di questo, non farà nulla e non avrà nulla da dire all’umanità. I così detti uomini pratici - quelli che guardano solo ai fatti, - vivono di una vita altrui; non sono essi a creare la vita. La vita la creano gli uomini di fede. Essi potranno essere giudicati visionari, utopisti, pazzi; invece sono profeti, sono gli uomini migliori, sono le guide dell’umanità” (Secondo discorso su Dostoevskij).
A questo punto, di fronte a una realtà così eccelsa e risolutiva, è facile restare un po’ perplessi e intimiditi, sicché ciascuno di noi è portato a chiedersi: ma io, nella verità del mio essere, credo o non credo?
Penso che, almeno sul piano psicologico, si possa avere spesso l’impressione che fede e incredulità si fronteggino entro il cuore di ogni uomo, e sia oscillante e alterna la prevalenza dell’una o dell’altra.
Propongo allora che, a conclusione di tutto, ciascuno faccia sua non solo la preghiera degli Apostoli (“Signore, aumenta la mia fede!”), ma anche quella del padre del ragazzo epilettico, come è riferita dal vangelo di Marco: “Credo, Signore, ma tu aiuta la mia incredulità” (Mc 9,24).
Parrebbe a prima vista un’espressione contradditoria: quest’uomo angosciato crede o non crede? E invece a una intelligenza più sostanziale e penetrante queste parole dimostrano di cogliere nella sua concretezza esistenziale il mistero del cuore umano, con i suoi turbamenti e i suoi insopprimibili anèliti all’assoluto.
